Ricerca delle origini

I fatti vanno bene perché sono fatti, quello che è spaventoso è non sapere se una cosa è un fatto reale, un mistero, una fantasia.”

(D. Winnicott, Bambini)

 

Il crescente interesse registrato negli ultimi anni per la ricerca delle origini da parte degli adottati e delle loro famiglie è frutto di un cambiamento nella percezione sociale sull'adozione, sempre più accettata come uno dei possibili modi per divenire famiglia e di un vero e proprio cambiamento nella prospettiva culturale del modello adottivo.

Se il vecchio modello adottivo, adulto centrico, faceva perno sul desiderio di filiazione dei genitori adottivi, proponendo una sostituzione non solo fisica, ma mentale dei genitori originari con i genitori adottivi; al contrario il nuovo modello di adozione, pone al centro il bisogno del bambino di trovare un habitat fecondo in cui crescere, offrendosi come  un percorso attraverso il quale sperimentare un senso di appartenenza e di continuità del Sé.

Accogliere un bambino in adozione, infatti, significa non solo essere capace di identificarsi con lui, rappresentandosi i suoi pensieri, i suoi vissuti ed i suoi bisogni, ma anche confrontarsi con i genitori biologici, riflettendo sulle profonde motivazioni che possono portare un genitore a maltrattare od abbandonare un figlio.

Il confronto con le origini è un processo che accompagna i ragazzi adottati lungo tutta la vita procedendo attraverso le sue varie fasi con molte salite e discese verso la via della risoluzione: emerge, sembra essersi stabilizzato per poi riemergere più tardi in un diverso momento.

L’esigenza di saperne di più circa le proprie radici ed il proprio passato è un bisogno psicologico universale.

La costruzione di un senso di Sé stabile e sicuro, alla base del senso di identità personale, è uno dei compiti primari dello sviluppo psicologico per tutti, adottivi e non adottivi.

Non si può vivere sospesi nel vuoto!

La questione delle origini dei ragazzi adottati, dunque, si intreccia fatalmente con quella dell’identità.

I ragazzi adottati per costruire la propria identità - tra nuove appartenenze e continuità dell’esperienza- devono essere aiutati a colmare le lacune e le incertezze generate mediante l'adozione e l’abbandono, solo così sarà possibile legare insieme i diversi pezzi della loro storia.

Un figlio adottivo porta con sé la sua originaria appartenenza non solo attraverso i tratti somatici, ma anche e soprattutto attraverso le rappresentazioni di Sé strettamente associate all’abbandono.

I pensieri sulla famiglia biologica, accompagnano sempre la vita dei ragazzi, a volte silenziosamente per un senso di lealtà nei confronti dei genitori adottivi (a casa se ne parla, ma senza mai approfondire o chiedere troppo), o come accade in quei casi in cui la comunicazione con i genitori adottivi tende ad evitare ogni domanda o stato emotivo legato alla storia adottiva (entrambi, genitori e figli, hanno i loro fantasmi con cui fare i conti: i genitori di origine ed i figli non nati), come aree troppo dolorose per poter essere pensate e dunque esclusi dalla coscienza e non elaborati.

Altre volte provocatoriamente, soprattutto in adolescenza, quando i sentimenti e le emozioni vengono vissuti con un’intensità molto forte e la sfida ai genitori adottivi è costante.

Compito dei genitori adottivi è quello di accogliere tutte le parti del figlio adottato, comprese quelle dolorosamente legate all’adozione ed al suo significato (l’essere stati abbandonati), creando e mantenendo un dialogo familiare aperto, dove lo scambio delle informazioni e l’espressione delle emozioni relative all’adozione possa essere sempre maneggiato e ri-maneggiato.

Spesso una delle prime domande che i genitori rivolgono agli esperti è: cosa dire, cosa raccontare della storia (spesso lacunosa e carente)?

L’esperienza ci insegna che la storia del bambino deve essergli restituita, costruendo insieme a lui una narrazione emotiva coerente e modulata in funzione alla sua maturazione.

Sarà solo in questo modo che i genitori potranno favorire la crescita psicologica del ragazzo, sostenendone l’autostima e accompagnandolo nel processo di integrazione tra presente e passato, tra genitori di prima e genitori di adesso. 

“Parlare di origini” smuove molti sentimenti, contraddittori e dolorosi tanto nel ragazzo quanto nella famiglia adottiva.

La ricerca delle origini come ricerca del Sé non può, infatti, non essere caratterizzata da una forte ambivalenza: il desiderio di conoscere dei ragazzi si scontra con il timore di ferire i sentimenti dei genitori adottivi e richiede il confronto con il dolore della perdita  e con qualcosa di ignoto che potrebbe rivelarsi ulteriormente destabilizzante e traumatico; mentre la famiglia adottiva può vedere la famiglia di origine come un concorrente, vivendo il timore di essere abbandonati loro stessi e la paura dell’incognita e del confronto e di come ne uscirebbero se ciò accadesse.

L’interesse per le proprie origini poggia sul crinale tra un vissuto interiore (i pensieri sulla famiglia biologica) e la ricerca di aspetti concreti (il desiderio di ritrovare i genitori di origine e, più spesso, i fratelli e le sorelle). In tutti questi processi è importante, tanto per il ragazzo quanto per la famiglia adottiva, che ci sia il sostegno di uno specialista. Intraprendere questo “viaggio” con l’aiuto di uno professionista può essere utile ad annullare incomprensioni, paure e false aspettative per potersi riappropriare insieme di quel pezzo di vita che è stato l’inizio della loro storia come famiglia.